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Concorso L'Europa inizia a Lampedusa PDF Stampa E-mail
Giovedì 28 Settembre 2017 16:52

Monica Cericco, Swamy Donè, Aurora Lojk di 4bu e Sara Maroello di 4au parteciperanno all' evento conclusivo del progetto "L'Europa inizia a Lampedusa".

In allegato il programma dell'evento e il racconto con cui le nostre studentesse, sotto la guida della prof.ssa Carla Di Bert hanno vinto il concorso.

 

NABIL

 

E' notte fonda. A volte penso di essere fortunato perchè ho la possibilità di partire mentre tutti gli altri sono obbligati a rimanere qui, in questa realtà che sta diventando sempre più opprimente. Non so cosa mi aspetta, ma ormai ho preso la mia decisione.

Dal villaggio alla meta mi separano ottanta chilometri. Cammino, mangio qualche galletta di riso lungo la strada. Dormo in alloggi di fortuna. Dopo cinque giorni arrivo ad Agadez. La città di fango rosso si confonde con le luci livide dell'alba. Il camion si avvicina e riparte con altre decine di persone a bordo. Ci sono anch'io fra loro.

 

Al risveglio vedo solo sabbia intorno a me. Siamo in tanti, centinaia, tutti ammassati. Avremmo bisogno di acqua, ma non c'è tempo per fermarsi e soprattutto non ci sono taniche a sufficienza. Il caldo è soffocante. Mi affido al destino. Comunque vada, spero di arrivare a destinazione.

 

Sono sopavvissuto al deserto del Teneré e al Sahara. Inshallah! Dopo tre mesi di stenti sono ancora vivo. Altri non ce l'hanno fatta. A volte sentivo il respiro di chi mi stava a fianco affievolirsi, e avevo paura. Così mi è capitato all'inizio, ma alla fine mi sono abituato anche alla morte. Sono diventato uomo a diciassette anni. Tutti temono il confine con la Libia. Io non più.

Si avvicina un pick-up. Scendono uomini in divisa. Minacciano e chiedono soldi. Accanto a me qualcuno rifiuta. Lo allontanano e dopo poco sento le sue urla. Capisco che è meglio fare come dicono. Vedo altri camion che arrivano. Solo ora mi rendo conto di quanti siamo: uomini, donne, bambini. Un ammasso di umanità dolente.

 

Sulla riva si incrociano lampi di luce: sono i messaggi che si scambiano i trafficanti. Su quella barca si concentra la speranza di tutti noi. Sembra che la barca dica basta a ogni persona in più che sale. Eppure resiste, e avanza. Questo è il Mediterraneo: l'ultimo rischio prima della libertà.

 

E' di nuovo l'alba. Sulla prua alcuni si alzano in piedi: segno che siamo vicini. Lo scafista agita la torcia infuocata per preannunciare il nostro arrivo. La macchia di gasolio si incendia. Una fiamma si alza all'improvviso come una colonna che vuole divorarci. Fumo. Urla. Caos. La barca oscilla. Panico. Tonfi nel mare. Il cervello si ferma. Siamo immobilizzati. Intrappolati. La barca si capovolge, si capovolge, si capovolge. Buio.

Sono aggrappato a qualcosa. Apro gli occhi. Sono ancora vivo, ma vedo dei cadaveri che galleggiano intorno a me. Ho paura. Non sopravviverò. Penso ai miei genitori, che hanno messo da parte il denaro per il mio viaggio. Li ho traditi. Penso ai miei fratelli. Agli occhi di Amina, così morbidi e dolci. Al mio sogno. Mi mancano le forze. Sempre più, sempre più... E se mi lasciassi andare? E' tutto perduto ormai. Inshallah!

 

Un frastuono indistino d'improvviso mi perfora l'udito. E' penetrante. Alzo gli occhi e vedo volteggiare un elicottero nel cielo azzurro. Rumore di motori. Le onde si increspano. Una mano mi afferra. Mi affido a lei senza conoscerla. Guardo chi mi sta salvando. Non sono gli occhi di Amina, ma occhi chiari su un viso abbronzato. Mi sorride.

 

Anche oggi il sole batte implacabile sul viso, imperlato di gocce di sudore. L'ultimo pomodoro. Con questo sono cinque chili, tre cassette, sette euro e cinquanta di salario. Copre a mala pena il prezzo del materasso nella masseria. Ma almeno la giornata è finita.

Non riesco a dormire, anche se è notte inoltrata. I miasmi del pozzo arrivano fino a qui. Sento un ronzio continuo. Come le mosche, non riesco neppure a scacciare le immagini di poco fa. Avrei potuto essere io al suo posto. Rivedo la scena. La cassetta gli scivola dalle mani. I pomodori cadono e macchiano di rosso la terra nera. Neanche il tempo di rialzarsi e viene colpito dal pugno del caporale. Nella chiazza non si distingue più il rosso del sangue dal rosso dei pomodori. “Provate ad aiutarlo e farete la stessa fine”. La voce è rauca, oscena. Riecheggia ancora. Voglio fare qualcosa!Tutto questo non è umano.

 

Il caporale non mi ha mai visto così elegante, in giacca e cravatta. Ora non può più minacciarmi, intimorirmi, spaventarmi. Eppure non è cambiato: lo stesso disprezzo nello sguardo e nella postura. L'avvocato mi chiama. E' il mio turno. “Mi chiamo Nabil, ho 20 anni, originario della Nigeria”. Alzo lo sguardo e lo fisso negli occhi, con il coraggio che mi hanno insegnato i miei genitori, nel villaggio di Wagadé.

Parlo per chi non ha voce...


 
 

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