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Flip il Magamondo: è così che la solidarietà diventa magia PDF Stampa

Mattia Bidoli ha incontrato gli studenti del Percoto di Udine: "Voglio lasciare il mondo migliore di come l'ho trovato".

 

di Lisa Marin

 

Mattia Bidoli, in arte Flip, è un prestigiatore professionista che nel 2005 ha vinto il campionato mondiale di Street Magic. Grazie a questa vittoria è riuscito a portare avanti il suo progetto, la sua vera passione: portare la sua magia negli ospedali, negli orfanotrofi, nei campi profighi del mondo. Magamondo appunto. "Cambiare il mondo un sorriso alla volta" è il libro che racconta la sua storia di amore e solidarietà. I temi trattati lo scorso giovedì nell'assemblea d'istituto del liceo Caterina Percoto che ah avuto al fortuna di ospitarlo...

 

Com'è nata l'idea di impegnare la propria vita per donare un sorriso ai bambini?

E' nata proprio in questa scuola in realtà, avevo all'incirca diciotto o diciannove anni quando ho letto una frase sul diario di una mia amica: "lascia il mondo migliore di come lo hai trovato". Non c'era scritto però in che modo farlo, ho impiegato tutta la vita per capire che ognuno deve farlo a modo suo. Quindi ho cominciato questo percorso, non c'è un momento preciso in cui ho detto "bene adesso vado in Siria", ma ho intrapreso un evoluzione molto lunga.

Quest'esperienza deve essere stata davvero forte a livello emotivo...

E' stata devastante! E' stata l'esperienza che più mi ha segnato nella vita perchè tutto quello che conosciamo del mondo lo sappiamo perchè l'abbiamo letto o lo abbiamo sentito dire, non lo abbiamo visto in prima persona. Io per esempio della guerra avevo un' idea, quella che mi davano i film, i telegiornali, le foto... però non ci sono gli odori nelle foto. Le persone non hanno solo un volto ma anche un nome e una storia e tutto diventa più reale.

L'esperienza più significativa che hai vissuto qual'è stata?

Non è facile, ma se dovessi scegliere è stata quella di una bambina incontrata al campo profughi, scappata dalla Siria con un tumore ad un rene. Bisognava aiutarla e dal quel momento ho impegnato tutto il mio tempo libero per questa bambina. Si è creato un legame molto forte e quindi sicuramente spicca come esperienza perchè per la prima volta ti senti responsabile della vita di un'altra persona.

Per questa esperienza hai dovuto fare molti sacrifici penso che ne sia valsa la pena...

Si sicuramente, come tutte le cose. Se avessi preso un'altra strada non so cosa avrei trovato ma con il senno di poi mi sento di aver avuto una vita piena e di non aver rinunciato a niente di più "figo".

Da dove viene il soprannome "Magamondo"?

Me l'hanno dato in Spagna, ero ad un festival di magia, non l'ho scelto io ma mi calza a pennello e rende tutto ciò che sono.

Il libro che hai scritto si intitola appunto "Magamondo", com'è nata l'idea di scriverlo?

Non è nata da me ma dal Signor Mondadori, come lo chiamo io, circa un anno fa. Mi è arrivata una mail da un editor della Mondadori che avendo visto video ed interviste su di me volevano conoscermi e mi hanno invitato a Milano perchè erano interessati ad un libro sulla mia vita. In realtà è stato scritto in undici giorni, perchè appunto undici giorni prima della consegna ho cancellato tutto quello che avevo scritto e l'ho fatto da capo, a parte un pezzo. Ho scritto un capitolo al giorno ed è stato forte perchè rivivi tutta la tua vita.

Immagino non sia stato facile lasciare il territorio per iniziare a viaggiare per il mondo...

Ehh..il frico! Da una parte non è facile ma dall'altra non è nemmeno giusto restare nella propria culla. Perchè il Friuli è un bellissimo posto ma il mondo è meraviglioso.

È stato difficile partire e lasciare tua sorella?

Si, soprattutto all'inizio lei era molto preoccupata. Poi però ha capito che non potrei essere completo se non facessi queste cose, mi mancherebbero dei punti importanti.

Qual è stato uno dei viaggi più importanti che hai fatto?

Quando sono stato sul confine tra Libano e Siria un mese da solo. Ho comprato il biglietto appena tornato dal Libano, ero a Roma per ritirare il bagaglio e sono ripartito. Andare via un mese senza parlare la tua lingua e vivendo nei campi profughi, distaccandomi completamente da quello che c'era qui, ti cambia profondamente.

Un consiglio che puoi dare ai ragazzi che oggi devono intraprendere una nuova strada quale può essere?

Un consiglio che ci tengo a dare e che mi è stato dato è dire "si" sempre. Perchè ogni esperienza te ne apre altre e se non avessi detto "si" a tutto quanto ora non sarei qua.

Hai aiutato molti bambini con un passato terribile, è stato difficle avvicinarsi a loro?

Difficile non rende l'idea. Definirli bambini mi fa sempre strano perchè non hanno niente di quello che un bambino dovrebbe avere, non hanno mai avuto un'infanzia. È complicato perchè il più delle volte qualunque cosa tu faccia non hai un feedback dall'altra parte perchè sono bambini estremamente svuotati che hanno subito traumi molto forti e profondi. È molto difficile interagire con loro. L'approccio cambia da bambino a bambino, mi avvalgo delle mie esperienze e del bagaglio che mi porto dietro. Ogni bambino è come avvicinarsi ad un animale impaurito, devi andare con calma e capire cosa fare, anche non avvicinarsi. Quando pensi "ora le ho viste tutte" entri nella casa successiva e vedi qualcosa di diverso.

Hai fatto sorridere tanti bambini, c'è sicuramente una ricompensa nel sorriso giusto?

Si, ma qualsiasi ragazzo può fare questa cosa, quando c'è un nostro amico che ci chiama perchè sta male e non abbiamo la risposta giusta però spariamo qualche cavolata e lo facciamo ridere, lui per un secondo e mezzo non pensa a tutto il resto. Non mi piace usare frasi di altre persone ma una volta un papà ha risposto a questa cosa molto meglio di me. Ero in Siria e mi sono seduto davanti a queste cinque bambine che erano proprio morte dentro e mi sono detto "io adesso non mi alzo finchè non ridono". Quando sono uscito dalla casa dopo averle fatte ridere e aver giocato con loro il papà mi ha fermato e con l'interprete ha detto "io volevo ringraziarti perchè le mie figlie erano cinque anni che non ridevano". Questo ha reso bene l'idea perchè non è tanto far ridere il bambino, ma la risata è una cosa contagiosa, quando l'adulto vede ridere i figli e vede che stanno bene, sta bene anche lui.

 

Questo articolo è stato pubblicato sul Mesaaggero Veneto del 21/02/2018 inserto Scuola.

 

 


 
 

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