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Amate questa terra, non si merita ciò che le stiamo facendo PDF Stampa E-mail
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Mercoledì 05 Giugno 2013 11:21
Scambio culturale 2013 con Nancy (Francia)

Verdun, Francia, quasi 100 anni dopo la prima guerra mondiale

Poco più di un mese fa assieme ai compagni della 3AL, sezione europea dell’istituto “C. Percoto”, ho visitato Verdun e i luoghi dove si è combattuta la devastante battaglia franco-tedesca della prima guerra mondiale.

La prima tappa della nostra visita è stata la “cittadella sotterranea” costruita nei tunnel del bastioni già eretti a difesa della città di Verdun nel 1700. Dei piccoli vagoni ci hanno portati attraverso gli alloggi dei soldati minuziosamente riallestiti. Il freddo, l’umidità e l’odore d’incenso mi hanno fatto comprendere come dovessero essere state la condizioni di vita nella cittadella. Alcuni soldati proiettati tridimensionalmente raccontavano nuovamente che gli abitanti della cittadella erano come dei ratti che cercavano di sopravvivere in un luogo mai illuminato dalla luce solare e con il pochissimo ossigeno che il sistema di aerazione riusciva a condurre all’interno del tunnel. L’unico contatto con l’esterno era il rumore delle bombe che continuavano ad essere sganciate su una terra già profondamente ferita.

«Amate questa terra, non si merita ciò che le stiamo facendo». Queste le parole di un ufficiale francese che già all’epoca faceva notare la violentissima barbarie dell’uomo contro i suoi simili e contro il mondo stesso.

Attraversando in pullman i campi di battaglia sono stata profondamente toccata da come la terra portasse ancor oggi i segni visibili di questa guerra. Il terreno è infatti solcato da ampi crateri. Questo scenario si estende per kilometri, delineando la zona di battaglia di un tempo. Le bombe avevano completamente distrutto il paesaggio circostante. Tutto era soltanto cumuli; gli stessi cumuli che la terra ha conservato fino ad oggi.

Poul Perin, un soldato francese, racconta che soltanto sotto la neve il terreno stravolto riprendeva la sua uniformità. Egli ricorda ancora la cosiddetta “ ballata degli alberi”: grossi alberi di foresta sradicati per la caduta ai loro piedi degli ordigni. I professori ci raccontano infatti che i pini che circondano Verdun non sono originari della zona, ma sono stati piantati per rialberare il paesaggio sventrato solo dopo la guerra.

È immediato il parallelo tra Verdun e Redipuglia, scenario della guerra in Friuli, rendendo simili le storie dei soldati che, pur a centinaia di kilometri, hanno vissuto gli stessi avvenimenti. I segni indelebili della guerra scoperti in questo scambio culturale, ci hanno insegnato che bisogna sempre cercare un rimedio alla violenza e focalizzarci sull’importanza di una condivisione pacifica.

Questo articolo è stato pubblicato sul Messaggero Veneto del 05/06/2013 inserto scuola.


 
Ultimo aggiornamento Mercoledì 05 Giugno 2013 11:34
 

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